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Ecco perché il cibo bio non costa troppo

Le patologie tipiche dell’occidente e le aspettative di vita della nostra era

 

Il cibo bio costa troppo e il biologico è una moda: queste sono le osservazioni avanzate dalla maggior parte delle persone che rifiutano di acquistare alimenti biologici o biodinamici a favore di prodotti derivanti da agricoltura convenzionale.

 

In Italia, dove chi ha più di 60 anni rappresenta circa il 20% della popolazione, quasi 4 individui su 10 sono dei malati cronici che consumano quotidianamente medicinali. Nonostante questa evidenza, non collegano il loro stato di salute alla scarsa qualità di ciò che consumano, ma piuttosto accettano la loro condizione come se fosse ineluttabile.

 

La domanda che ci facciamo perciò è: un’eventuale maggiorazione del prezzo è giustificato da una qualità superiore?

 

Già Ippocrate, medico e aforista greco considerato il padre della medicina, raccomandava: “Fa che il cibo sia la tua medicina, e che la medicina sia il tuo cibo”.

Tutti gli articoli dedicati alla salute ripetono da decenni lo stesso consiglio: per il proprio benessere è necessario mangiare tanta frutta e verdura, che sono ricchi di vitamine e antiossidanti, ed anche che la dieta mediterranea è la panacea per tutti i mali.

 

Ma 60 anni dopo la grande rivoluzione agricola che ha trasformato il cibo in merce e 130 anni dopo la raffinazione dei cereali, questo ritornello risulta vero solo in parte perché cereali, verdura e frutta non sono più la medesima fonte di benessere che hanno rappresentato per la storia della nostra civiltà, se guardiamo oggettivamente i dati.

 

Già nei primi decenni del ‘900, alcuni scienziati e antropologi che osservavano le popolazioni primitive, avevano notato la totale assenza presso questi popoli delle malattie croniche che stavano diventando comuni in Occidente in seguito alla rivoluzione alimentare di fine ‘800, scaturita dalla raffinazione e, conseguente, industrializzazione degli alimenti primari della nostra dieta: farine, riso e zucchero.

Presso i popoli primitivi sotto osservazione non esistevano malattie cardiocircolatorie, né diabete, né cancro e neppure obesità, né ipertensione, né ictus. Ad esempio, appendiciti, diverticoliti, allergie, ulcere e carie dentali risultavano essere sconosciute, tanto che un medico inglese coniò per esse, durante la seconda guerra mondiale, l’appellativo di malattie dell’Occidente. Lo ha fatto a ragione, dato che nel corso del ‘900 e nel primo decennio del 21° secolo quelle patologie sono via via cresciute e sono ora presenti a livelli epidemici.

 

Alcuni di questi studiosi si trovarono sul campo ad osservare anche un altro passaggio importante: l’arrivo di quelle stesse patologie nel momento in cui gli indigeni adottavano la nostra alimentazione e, in modo particolare, farine, zucchero raffinato e altri alimenti industriali.

 

L’epidemia delle cosiddette patologie dell’Occidente è giustificata generalmente col fatto che prima non si viveva abbastanza a lungo da permetterne l’insorgere. Possiamo osservare la vittoria sulle malattie infettive e il successo dell’innalzamento della vita media, ma non possiamo certo fare lo stesso discorso per le patologie croniche che la fiorentissima industria farmaceutica mantiene stabili, o quasi, per decenni. Persino il cancro, nella vecchiaia, si sviluppa lentamente, permettendoci di raggiungere una età avanzata.

 

E la nostra qualità di vita?

Se si osservano le statistiche trionfanti in modo più minuzioso, si scopre che l’innalzamento della vita media dai 45 anni circa d’inizio ‘900 agli 80 attuali è dovuto gran parte al fatto che, avendo sconfitto le malattie infettive grazie ad una maggior igiene, ora si sopravvive all’infanzia. Se, ad esempio, nel 1900 nascevano 4 bambini, 2 morivano subito dopo la nascita e gli altri 2 vivevano fino a 100 anni, la vita media risultava essere di 50 anni. In realtà, gran parte di coloro che sopravvivevano all’infanzia, vivevano a lungo, bene e senza la necessità di medicine.

 

A conti fatti, l’aspettativa di vita di un sessantacinquenne nel 1900 era di circa soli 6 anni in meno di un sessantacinquenne in vita oggi. Una volta fatte le necessarie compensazioni per età, i tassi di malattie croniche come il cancro e il diabete di tipo 2 sono considerevolmente più elevati oggi di quanto lo fossero nel 1900.

 

Che cosa, quindi, ha causato l’insorgere di tante patologie croniche che appaiono in aperto contrasto con il progresso secolare della nostra specie? 

Possibile che, ad esempio, l’evoluzione abbia selezionato degli individui allergici al glutine o al polline, l’elemento stesso che è alla base della vita delle piante?

O che ci abbia forgiati con denti così fragili, dato il ruolo cruciale della masticazione per la nostra sopravvivenza?

 

In proposito, Weston A. Price, un dentista canadese si era posto questa domanda già nei primi decenni del secolo scorso. Avendo osservato l’aumento graduale delle patologie dentali negli ultimi 40 anni, intraprese negli anni ’30 viaggi verso gli angoli più remoti della terra per studiare le popolazioni primitive che, egli scoprì, non avevano per nulla bisogno del dentista. Egli intuì che ciò poteva dipendere dal tipo di alimentazione e fece analizzare gli alimenti di cui si nutrivano, scoprendo che le loro diete erano estremamente più ricche di vitamina A e D di quella degli americani del tempo, e di circa 10 volte.

I nord americani facevano già ampio uso di cibo industriale e la lavorazione industriale del cibo, ricordiamolo, lo priva delle parti più preziose, vitamine e antiossidanti, perché quest’ultimi, essendo più soggetti agli attacchi batterici, rendono l’alimento più facilmente deteriorabile, non conservabile per i tempi lunghi necessari alla grande distribuzione.
Alla fine della sua ricerca presso le popolazioni primitive, Price arrivò alla conclusione che “il comune denominatore di una buona salute, era un regime alimentare tradizionale basato su alimenti freschi ricavati da animali e piante cresciute su un suolo che fosse anch’esso ricco d’elementi nutritivi“. Price aveva già colto il legame che unisce qualità della salute umana, qualità del cibo e salute del suolo in cui questo viene cresciuto e coltivato.

 

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