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Foraging, ovvero la sostenibilità alimentare radicale

Ricerca, raccolta, gastronomia e cultura dell’alimentazione con alimenti selvatici: ecco la sintesi del foraging


Il termine foraging sta a indicare l’attività di raccogliere cibo spontaneo vegetale esplorando i diversi ambienti naturali come montagne, argini dei fiumi, boschi, imparando a riconoscere e selezionare vegetali interi o parte di essi che sono ritenuti commestibili e adatti al nutrimento umano. Anche andare a far castagne in una domenica di ottobre o raccogliere more mature ai bordi dei sentieri di campagna è foraging: se poi spostiamo la nostra attenzione su varietà meno comuni, le possibilità di procacciarci del cibo naturale diventano svariate.

 

Si tratta di un’attività che non ha regole precise, ma si basa sull’alimurgia che è una scienza che studia l’utilizzo delle piante selvatiche per la alimentazione dell’uomo ed ha origini remote. 

 

In effetti, il foraging in italia non è mai stato del tutto abbandonato se pensiamo ad esempio alla raccolta di funghi ed erbe spontanee che abitualmente avviene nei boschi.

Sugli Appennini e sulle Alpi, castagne, erbe selvatiche e fiori sono spesso stati fonte di sussistenza e base per decotti curativi; ancora oggi, i tartufi e i frutti di bosco sono prelibatezze vendute a caro prezzo, che possono essere gustate sulle nostre tavole grazie alla raccolta manuale.

 

La raccolta si può fare in quasi tutti i periodi dell’anno, concentrandosi in primavera ed autunno per l’abbondanza delle varietà presenti. Alla raccolta si coniuga anche la piacevolezza delle passeggiate per i campi e i boschi lontano dai centri abitati, luoghi ideali per trovare le erbe meno inquinate. Una parte del nostro fabbisogno giornaliero di cibo può essere risolto con questa pratica e se abbinata ad un orto bio, l’abbondanza è assicurata. Riscoprire antichi e tanti diversi sapori, incoraggia facilmente questa ricerca che definisco la riappropriazione di un ritrovato sapere.

 

Con il foraging è possibile procurarsi anche alimenti abitualmente poco considerati: la nuova cucina nordica ha fatto da apripista, evidenziando le proprietà gustative di cortecce e licheni, per citare ingredienti poco noti. Ad esempio, gli aghi di abete rosso condiscono i biscotti o il risotto, la corteccia di betulla, già masticata nel neolitico come una gomma da masticare, può essere utilizzata per preparare il pane, e i licheni possono essere usati per insaporire la birra e la grappa; per non parlare delle bacche di rosa canina, ingrediente ottimo nelle tisane, dei fiori di sambuco, da trasformare in sciroppo o del topinambur per preparare salse e condire il risotto.

 

Il modo migliore per iniziare è sicuramente quello di iscriversi a un corso per apprendere le prime nozioni di riconoscimento sul campo, i modi d’utilizzo di prodotti spontanei e le tante regole che dovrebbero in ogni caso regolare la raccolta al fine di mantenere sicurezza personale e preservare l’integrità degli ecosistemi naturali.

 

Ci sono alcune precauzioni da seguire: prima di avventurarsi in esplorazioni gastronomiche pericolose, è importante essere consapevoli della propria preparazione in merito a botanica e riconoscimento sul campo. Se non si è certi al 100% di quello si sta cogliendo, è meglio lasciare perdere e dedicarsi piuttosto ad una rilassante passeggiata contemplativa, magari iniziando a fare le prime osservazioni con l’ausilio di un testo. Raccogliere erbe e altri prodotti selvatici richiede la massima concentrazione e una conoscenza elevata del mondo vegetale. Sbagliare, nella migliore delle ipotesi, potrebbe regalare un gran mal di stomaco ma i rischi sono grandi e, nei casi più estremi, possono portare ad avvelenamenti molto gravi.  

 

Il fenomeno è ancora poco diffuso, ma negli ultimi anni cresce l’attenzione verso questo tipo di cucina, molti giovani se ne stanno interessando e non è solo una moda che arriva dai paesi del nord Europa. 

Le persone incuriosite dalla possibilità di cibarsi di piante selvatiche commestibili stanno aumentando e il tema ha perso quella lieve punta di eccentricità che manteneva fino a qualche decennio fa. L’ingrediente selvatico sta rientrando a far parte delle ambizioni e della ricerca della più alta offerta gastronomica. Se da un lato questa tendenza può esser vista come il vezzo di un ritorno al passato, più ottimisticamente potrebbe essere invece espressione delle preoccupazioni ambientali e delle aspirazioni ecologiche dell’ultimo decennio. E, soprattutto, un tentativo di connessione con la natura e con ciò che è selvatico ed originale. 

 

Oggi ci alimentiamo soltanto con circa 3,000 specie vegetali, mentre gli esperti hanno catalogato 20,000 vegetali eduli esistenti. Purtroppo i condizionamenti del mercato, le diverse condizioni di vita e le scelte culturali, influenzano le nostre scelte alimentari e urge una riflessione approfondita sulla potenzialità di poter scegliere e di poter fare noi stessi esperimento della nostra ricerca alimentare.

 

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